Il dibattito sulla regolamentazione del lavoro sessuale in Europa offre un interessante spunto di riflessione per l’Italia, dove il quadro normativo si trova in una fase di significativa evoluzione. Nel contesto nazionale, la recente attenzione sugli strumenti fiscali, come l’introduzione di un codice ATECO specifico (96.99.92 – “Servizi di incontro ed eventi simili – attività connesse alla vita sociale, ad esempio attività di accompagnatori e di accompagnatrici (escort)…”, ha acceso i riflettori sull’inquadramento professionale e contributivo del settore.

Questo sviluppo apre la porta a due ordini di considerazioni. Il primo riguarda l’opportunità di definire un accesso a tutele fondamentali, come la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria, per chi opera nel settore. Il secondo è di natura economica: in base alle stime Codacons, il mercato delle prestazioni sessuali a pagamento ha un valore di quasi 4,7 miliardi di euro l’anno, rappresentando un potenziale gettito fiscale di notevole interesse.

In quest’ottica, l’analisi delle esperienze consolidate di altri Stati membri dell’Ue rappresenta un’opportunità per esplorare modelli virtuosi e percorsi futuri.

Uno sguardo all’Europa: i modelli di riferimento

Un’evoluzione significativa nel panorama europeo è rappresentata dal Belgio, che ha intrapreso un percorso innovativo basato sui diritti. Con una riforma in due fasi, il paese è diventato il primo in Europa a depenalizzare completamente il lavoro sessuale nel 2022. Questa azione ha rimosso dal codice penale non solo l’esercizio dell’attività, ma anche i servizi di supporto forniti da terze parti come commercialisti, proprietari di immobili o banche, che prima rischiavano accuse di favoreggiamento.

Il cuore della riforma belga, tuttavia, è la legge sul lavoro entrata in vigore a fine 2024, che ha reso il Belgio il primo paese al mondo a integrare pienamente il settore nel diritto del lavoro. Questo approccio, sviluppato in consultazione con i sindacati dei lavoratori sessuali, permette di firmare contratti di lavoro regolari, garantendo l’accesso a un sistema completo di tutele: previdenza sociale, indennità di disoccupazione, congedo di malattia e maternità, ferie pagate e standard di sicurezza sul lavoro.

Accanto al modello belga, si collocano le esperienze storiche dei Paesi Bassi e della Germania. Nei Paesi Bassi, la legalizzazione del 2000 ha delegato la regolamentazione alle municipalità. Questo ha creato un sistema frammentato, un “mosaico” di norme locali su licenze e aree dedicate che variano da città a città, con l’effetto di spingere nell’illegalità chi non può o non vuole adeguarsi a regole talvolta eccessivamente restrittive.La maggior parte dei lavoratori opera come autonomo, con tutele sociali limitate.

La Germania ha invece puntato su un doppio binario. Una legge del 2002 ha inquadrato il lavoro sessuale come professione, aprendo in teoria l’accesso al sistema previdenziale e sanitario.

Nella pratica, però, l’impatto è stato limitato, con una percentuale minima di lavoratori che ha stipulato contratti di lavoro formali. Una seconda legge del 2017 ha introdotto un rigido sistema di controllo, con registrazione obbligatoria e consulenze sanitarie periodiche.

Questo approccio, percepito come stigmatizzante e lesivo della privacy, ha spinto la stragrande maggioranza del settore a rimanere sommersa per evitare la burocrazia.

Impatto economico e diritti: un circolo virtuoso?

L’adozione di un quadro normativo chiaro innesca una diretta conseguenza economica: l’emersione di un settore che, altrimenti, rimarrebbe sommerso. La formalizzazione, infatti, non si limita a rendere lecite le prestazioni, ma permette la nascita di un vero e proprio ecosistema economico in cui imprese come club e agenzie possono essere registrate e una fitta rete di servizi di supporto – da quelli legali a quelli di marketing – può operare alla luce del sole.

La Germania, con un mercato stimato in quasi 15 miliardi di euro l’anno, offre l’esempio più significativo di questo potenziale. Tuttavia, l’esperienza tedesca dimostra anche che la sola legalizzazione non basta: a causa di leggi sulla registrazione obbligatoria percepite come stigmatizzanti, la stragrande maggioranza dei lavoratori sceglie di rimanere nell’ombra, rendendo la riscossione fiscale una sfida e limitando il gettito effettivo per lo Stato.

Questo dato offre comunque una prospettiva cruciale per l’Italia. Applicare un sistema di tassazione coerente si tradurrebbe in un gettito fiscale considerevole, ma il vero valore risiede nella possibilità di creare un circolo virtuoso: lo Stato incassa nuove entrate, mentre i lavoratori, attraverso i loro contributi, accedono a quel sistema di tutele (sanità, pensione, indennità) che oggi rappresenta il nodo centrale del dibattito. Si tratta di superare l’attuale paradosso italiano, dove lo Stato esige doveri fiscali da individui a cui nega i diritti sociali fondamentali.

L’impatto economico, tuttavia, è conseguenza di un principio più profondo: l’inquadramento del lavoro sessuale come una questione di diritti umani e civili. Come sottolineato da figure istituzionali come la Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa e da organismi come il GREVIO (il gruppo di esperti che monitora l’applicazione della Convenzione di Istanbul), una regolamentazione basata sui diritti è lo strumento più efficace per proteggere le persone.

La posizione del GREVIO è particolarmente illuminante: non definisce il lavoro sessuale in sé come un’attività sempre legata a logiche di sfruttamento e lesive della dignità del corpo e dell’integrità psicofisica delle donne o degli uomini che prestano o ricevano prestazioni sessuali a pagamento, ma ribadisce l’obbligo degli Stati di proteggere chi lo pratica dalla violenza e dalla discriminazione, riconoscendone l’elevata vulnerabilità.

Regolamentare, quindi, significa ridurre lo stigma, aumentare la sicurezza e, soprattutto, combattere efficacemente lo sfruttamento, tracciando una linea netta e invalicabile tra il lavoro consensuale e il crimine della tratta di esseri umani.

Una questione di riconoscimento

L’analisi dei modelli europei mostra come non esista una soluzione unica, ma una direzione comune: portare il lavoro sessuale all’interno di un perimetro legale e sociale. Organismi come UNAIDS e Amnesty International confermano che la depenalizzazione è una strategia cruciale per la tutela della salute pubblica e dei diritti umani.

Il dibattito in Italia, oggi focalizzato sul codice ATECO, può quindi rappresentare il primo passo di un percorso più ampio. La questione si sposta dal piano puramente fiscale a una riflessione sulla modernizzazione del sistema e sulla civiltà giuridica. La parola chiave, in definitiva, è riconoscimento: riconoscimento di una realtà economica per lo Stato e, soprattutto, riconoscimento della dignità, della sicurezza e dei diritti per le persone che vi operano.

Fonti principali

Il mercato della prostituzione vale 4,7 miliardi (Codacons)

Relazione alla Commissione Finanze tedesca sulla tassazione della prostituzione (Corte federale dei conti)

Proteggere i diritti umani delle sex workers (Commisione Ue per i diritti umani)

Relazione sulla regolamentazione della prostituzione nell’Ue (Europarlamento)

Depenalizzazione e diritti: il sex work (Amnesty Prostitution Policy document)

Diritti umani: la pietra angolare di una risposta efficace (Joint United Nations Programme on HIV)

Prevenzione e lotta alla violenza contro le donne (Council of Europe)