In occasione della proiezione speciale di Pretty Woman nelle sale italiane lo scorso 14 febbraio, torna sotto i riflettori un tema che da decenni attraversa il cinema: la rappresentazione delle sex worker. Più di una semplice comparsa, queste figure sono spesso al centro di pellicole che ridefiniscono stereotipi, esplorano dinamiche di potere e raccontano storie di riscatto.

Se Pretty Woman resta uno dei titoli più iconici nel raccontare una prostituta attraverso la lente della commedia romantica, il cinema negli anni ha progressivamente cambiato tono, spostandosi verso rappresentazioni più complesse e meno idealizzate.

Un esempio fondamentale è Belle de Jour (1967) di Luis Buñuel, dove Catherine Deneuve interpreta una donna dell’alta borghesia che sceglie una doppia vita come escort. Qui la figura non è legata al riscatto romantico, ma diventa strumento per esplorare desiderio, repressione e identità femminile. Il tema si fa psicologico, ambiguo, lontano dalla favola hollywoodiana.

Negli anni Duemila, film come Moulin Rouge! (2001) hanno ripreso l’archetipo in chiave melodrammatica: Satine, cortigiana e diva, incarna la donna trasformata in oggetto di spettacolo e sacrificio, simbolo di un amore impossibile dentro un sistema che mercifica tutto, anche i sentimenti.

Più recentemente, il cinema contemporaneo ha adottato uno sguardo ancora più realistico e sociale. È il caso di Anora (2024), Palma d’Oro a Cannes e trionfatore degli Oscar 2025 con 5 statuette tra cui come Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista, che racconta la vita di una giovane sex worker tra sogni di emancipazione e bruschi ritorni alla realtà. La protagonista non è più un personaggio fiabesco, ma una donna immersa nelle contraddizioni economiche e affettive del presente.

É di qualche giorno fa l’annuncio di un nuovo film di Baker, una pellicola indipendente, che sarà girata in Italia, omaggio alle italianissime commedie sexy degli anni ‘70. Per ora si sa poco se non che la protagonista sarà una sex worker, fil rouge nella sua filmografia. Da Tangerine a Red Rocket, passando per The Florida Project, il cinema di Baker affronta il rapporto tra sesso e denaro tralasciando l’approccio scandalistico, ma piuttosto usandoli come mezzi per raccontare una società spesso invisibile ma reale.

L’evoluzione narrativa della figura della escort riflette un cambiamento più ampio nel dibattito pubblico anche se la figura della escort resta ancora oggi fortemente stigmatizzata. Per lungo tempo il cinema ha oscillato tra due estremi: la donna “da salvare” o la femme fatale destinata a pagare un prezzo. Raramente le è stata riconosciuta piena autonomia e libertà.

Negli ultimi anni, complice anche un confronto più aperto sui diritti, sulle condizioni di lavoro e sulla distinzione tra sfruttamento e autodeterminazione, alcune produzioni hanno tentato di superare lo stereotipo. Non si tratta necessariamente di normalizzare o idealizzare la professione, ma di raccontare le persone oltre l’etichetta, restituendo dignità narrativa a chi troppo spesso è rimasto confinato in ruoli marginali o moralistici.

Rivedere Pretty Woman oggi significa allora anche interrogarsi su quanto sia cambiato lo sguardo collettivo. Se nel 1990 la favola romantica rappresentava una forma di “accettabilità” cinematografica, il cinema contemporaneo deve essere più disposto a esplorare le zone grigie, le contraddizioni e le realtà concrete di chi lavora nel sex work.

Dalla fiaba al realismo, dalle luci di Rodeo Drive alle nostre città contemporanee, le protagoniste escort continuano a raccontare non solo storie d’amore, ma soprattutto il rapporto della società con il desiderio, il potere e il giudizio morale.

Immagine di copertina: Richard Gere e Julia Roberts, i protagonisti del fortunatissimo Pretty Woman di Garry Marshall – Hulton Archive/Getty Images